15
Giu 2018
Numero Nr. 468
"Bisogna amalgamare vecchio e nuovo per un’azienda più competitiva"

Marcegaglia, il gruppo specializzato nella lavorazione dell’acciaio, punta a far evolvere la cultura del personale con una sorta di “lievito” che arrivi dall’esterno. E’ faticoso ma da’ risultati.

Intervista di Oscar Giannino con Maurizio Dottino, responsabile risorse umane (anche in video).

Si sa, il settore della lavorazione dell’acciaio e’ sempre impegnato a migliorare efficienza e produttivita’. Ma l’inserimento del nuovo che incalza richiede di far evolvere la cultura dei collaboratori. Come? Si puo’ fare lavorando dall’interno e cercando di amalgamare vecchio e nuovo in maniera si’ complessa e faticosa ma fortunatamente anche portatrice di risultati…

Fondata nel 1959 per produrre guide per tapparelle, Marcegaglia è passata nel 1962 alla produzione di trafilati e negli anni ’90 ha iniziato l’internazionalizzazione. E’ oggi l’operatore italiano di riferimento e il maggiore operatore indipendente nella lavorazione dell'acciaio. Con un fatturato di oltre 5 miliardi di euro, il gruppo ha attività in tutto il mondo con 6.500 dipendenti, 21 stabilimenti siderurgici, 5,6 milioni di tonnellate di acciaio e 15.000 clienti. Dei fratelli Marcegaglia, Antonio è presidente ed Emma vice presidente.

Maurizio Dottino è direttore delle risorse umane e organizzazione di Marcegaglia dove è approdato nel 2000 dopo aver ricoperto vari incarichi in ABB. Ha partecipato alla tavola rotonda del Premio Ceccarelli 2017 tenutasi in Sala Buzzati di Fondazione del Corriere della Sera ed è stato intervistato da Oscar Giannino, conduttore.

Oscar Giannino – Abbiamo in Italia un grosso gap che non si deve tanto alle imprese, per come la vedo io da osservatore, ma si deve al fatto che da decenni ci occupiamo della scuola e dell’università solo per chi ci lavora e non per il tipo di offerta formativa che è veramente in grado di offrire. Do i numeri? Abbiamo messo in piedi 93 fondazioni per puntare sull’ITS, cioè sull’istruzione tecnica superiore. Sapete quanti sono gli iscritti ITS totali in Italia oggi? 7604. In Germania: 768.000; in Francia: 529.000.

Qual è, in questo anno accademico, il totale degli studenti universitari in materie indicate dal decreto Industria 4.0? 60.000. Significa che, nella migliore delle ipotesi, nel prossimo quinquennio alle imprese ne arrivano 8-9.000 l’anno. Non uno di più.

Mi fermo qui, ma il miss-match tra l’offerta formativa pubblica e ciò di cui c’è bisogno - tecnici preparati, quadri preparati, specializzazioni tecniche, terziario e post-terziario professionalizzante - è tragico nel nostro Paese. Non se ne abbiano a male i docenti universitari perché non dipende da loro. Allora è una cosa su cui lavorare di piena lena, perché alle imprese arriva chi non è preparato.

Come fate voi, in un settore che è gravato dalla sovraccapacità in Europa e nel mondo? Perché il vostro è un settore in cui i consolidamenti proseguono e le lotte per ogni possibile risparmio sono continue…

Maurizio Dottino - Senza dubbio il settore è difficile. Il nostro gruppo lavora prevalentemente nella trasformazione dell’acciaio, quindi non abbiamo la produzione primaria. Siamo in una fascia del ciclo siderurgico molto particolare, legata a un valore aggiunto limitato. In questo settore la ricerca dell’efficienza è iniziata per necessità fin dall’inizio del secolo. La necessità di evolvere, in un settore del genere, è costante per fare efficienza, ridurre i costi. Nella trasformazione dell’acciaio il costo del lavoro, se lo si prende sul fatturato, è molto basso, non arriva al 7%; se lo si considera sul valore aggiunto generato, raggiunge quasi il 50%. Ecco perché la ricerca dell’efficienza è importante. Inoltre il settore è capital intensive.

Abbiamo poi la necessità di aggredire i mercati con livelli di servizio che non c’erano 10 o 15 anni fa, e ci vuole un’adeguata preparazione. Nel capitolo Industria 4.0 rientrano moltissime cose, tra cui anche la capacità organizzativa di gestire una relazione diversa, da molti punti di vista, con i fattori in entrata e in uscita dell’azienda.

La differenza che c’è tra le competenze necessarie e il personale che ci arriva è grande. I numeri che citava Oscar sono reali, cioè l’offerta di giovani con una preparazione scientifica evoluta è molto bassa: la differenza  tra domanda e offerta in termini di preparazione e di numeri è importante.

Noi abbiamo contatti con numerose università italiane, abbiamo una certa dimensione e quindi collaboriamo. Siamo anche in qualche misura un po’  penalizzati perché abbiamo la sede di gruppo in piena campagna, nella pianura padana, che può risultare logisticamente difficile. E questa difficoltà di attrarre tende a rallentare l’evoluzione dell’azienda stessa, perché l’Industria 4.0, da un punto di vista organizzativo e delle risorse umane, è un fenomeno culturale. Infatti, se il corpo dell’azienda ha competenze che si devono far evolvere sul piano culturale, c’è bisogno di avere una sorta di lievito che arrivi dall’esterno.

La generazione più anziana arranca rispetto ad alcuni aspetti dell’evoluzione e l’immissione di personale nuovo serve per guardare al di là degli stereotipi sui comportamenti, sulla gestione dell’informazione, sulla gestione dell’automazione.  La visione del mondo esterno è l’unico elemento in grado di darti una marcia in più in termini di competitività. Spesso si riesce a ovviare con un contatto con altre aziende più piccole e molto più rapide in termini reattivi.

Nel nostro settore tendiamo a formarci all’interno le persone e lavoriamo molto sulle competenze trasversali, di approccio al lavoro e di relazione interpersonale,  perché sono comunque gli elementi di base in qualche modo determinanti. Poi lavoriamo sulla preparazione tecnica cercando di dare formazione e di ricevere stimoli: spieghiamo le nostre caratteristiche e cerchiamo di cogliere le “idee pazze” che vengono dalle nuove leve che inseriamo. È un lavoro molto faticoso e molto lento.

Si guarda al mondo dell’acciaio a livello mondiale ma il mercato di nostro riferimento è sostanzialmente quello europeo perché il raggio d’azione è limitato dai costi di logistica. Produciamo in Italia ed esportiamo il 65% della produzione. Siamo leggermente diversi dai nostri concorrenti però tutti siamo impegnati nel miglioramento della competitività.

Credo che tutte le aziende abbiano in questo momento come unica chance quella di lavorare all’interno e cercare di amalgamare vecchio e nuovo in maniera complessa, faticosa ma fortunatamente anche portatrice di risultati. Vale per il nostro settore ma credo che valga per molti dei settori competitivi, in cui tutti si trovano a confrontarsi.

 

Oscar Giannino - Viziato dal mestierante che sono - cioè dal dover andare due ore in diretta a Radio 24, un’ora alla mattina e un’ora al pomeriggio, e due ore al sabato, con un pubblico esteso, non un campione statistico dell’Italia ma più di due milioni di persone, profilate di un certo livello - vi posso garantire che tutte le volte che si tocca questo tema, la reazione è negativa e non si riesce a spiegare all’opinione pubblica generalista l’importanza della materia. Quando si fanno degli esempi, magari alzi un po’ il tono per richiamare l’attenzione e dici: “ma quand’è che in Italia riusciremo a capire che il fatto di essere la seconda nazione manifatturiera d’Europa è coerente con un modello di offerta formativa “duale” come quella tedesca?” La risposta che viene dalla stragrande maggioranza degli ascoltatori è negativa. Malgrado abbiano in questi anni perso reddito procapite, siano gli anziani che devono garantire il patrimonio e il reddito ai giovani e così via, le famiglie continuano a essere convinte che si stia dicendo: “abbiamo bisogno di un canale di istruzione per poveri”.

Invece è il contrario. Le decine di migliaia di laureati umanistici finiscono per essere frustrati perché non hanno un reddito adeguato. Mi spiace dirlo ma a eccezione delle facoltà scientifiche, economiche e di quelle private, all’interno delle università il resto del corpo docente resta a stragrande maggioranza contrario all’idea di puntare verso un’università professionalizzata. Il 70% degli iscritti in Germania all’università frequenta quelle professionalizzate. Ci sarà un motivo se poi lì hanno il Fraunhofer, cioè l’ente che raccoglie gli istituti di ricerca applicata, e noi non ce l’abbiamo. Ecco, uno dei motivi è questo: qui in Italia invocano: “ci deve pensare lo Stato” mentre il Fraunhofer al 70% è finanziato da risorse private delle imprese in tedesche.

Piercarlo Ceccarelli

 

Applicazione in azienda: La velocità del cambiamento dell’esterno tende a essere superiore alla velocità del cambiamento dentro le organizzazioni. Questa differenza di velocità è un gap strutturale delle nostre imprese. Gestire il cambiamento, ammodernarsi coniugando innovazione e tradizione, innestare nuove competenze valorizzando il know how aziendale per arricchirlo e non distruggerlo. E’ questo il ruolo del leader.
Parola Chiave: casi aziendali
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