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Lug 2018
Numero Nr. 472
Il successo? “L’innovazione tecnologica abbinata alla creativita’”

L’universita’ Bocconi, dal primo corso di laurea in economia fino alle scienze manageriali, quantitative e giuridiche, e’ un’eccellenza in un settore cruciale.  Ma in Italia continua ad ampliarsi il gap tra le materie studiate e le esigenze delle aziende.

Oscar Gianno intervista Bruno Pavesi, amministratore delegato (anche in podcast).

 

La fuga di cervelli costa all’Italia 14 miliardi di euro, investimenti che se ne vanno all’estero con i laureati che abbandonano l’Italia. Nel contempo si deve riqualificare chi e’ gia’ laureato perche’ le aziende non trovano le competenze che servono – oggi mancano 30.000 ingegneri - e subiscono gli errori del nostro sistema formativo. E gli italiani con loro.

Bruno Pavesi è consigliere delegato dell’università Luigi Bocconi e proboviro di Confindustria. Ho una carriera di manager in Honeywell e Bull, di amministratore delegato in Bticino e di presidente in Legrand, Zucchini ed Edm. Ha partecipato alla tavola rotonda del Premio Ceccarelli 2017 tenutasi in Sala Buzzati di Fondazione del Corriere della Sera ed è stato intervistato dal giornalista Oscar Giannino.

Fondata nel 1902 la Bocconi è stata la prima università in Italia a offrire un corso di laurea in economia. Da allora l'ateneo svolge il suo ruolo culturale in linea con la propria vocazione di istituzione libera, aperta e pluralistica. Oggi è un punto di riferimento nelle scienze economiche, manageriali, quantitative e giuridiche.

 

Oscar Giannino – Parlando con Bruno Pavesi, entriamo nel mondo della conoscenza, dell’università e della ricerca pubblica del nostro Paese. Cosa si prova a vivere in un sistema che ha appena cambiato il peso della parte mobile del fondo di finanziamento dell’università italiana? Dobbiamo capire che è stato cambiato proprio ciò che bisognerebbe invece potenziare e dire: “chi fa meglio questo riceve più risorse”. Ad esempio, l’internazionalizzazione è diventata uno dei criteri attuali, per cui si premia non più chi ce l’ha più elevata, cioè più insegnanti da fuori, più studenti stranieri, eccetera, no. Si premia chi dal basso ha la migliore performance di miglioramento, cioè chi ne ha fatta di meno. Cosa si prova di fronte a contraddizioni di questo tipo?

Bruno Pavesi - È ancora un problema culturale, perché in Italia abbiamo grossi gap quantitativi. Però abbiamo delle opportunità qualitative, quindi vedo il bicchiere anche mezzo pieno.

Prima il gap quantitativo: noi investiamo in istruzione il 4% del Pil. La media Ue è 4,9, quindi è -20%; la Germania è poco più di noi al 4,4, però con un volume doppio, quindi la percentuale è vicina, ma è il doppio del volume.

Parlando di università, cioè dell’istruzione terziaria, noi investiamo 0,4% del Pil. Il 30% in meno della media europea che comprende molti stati, certamente non solo la Germania e la Francia, quindi qui esiste un gap quantitativo evidente. L’altra carenza quantitativa sono i laureati. Ne abbiamo pochi. Nell’età da 25 a 64 anni, l’età produttiva, il 18%, l’Europa allargata: 36, il doppio. Dai 30 ai 34 anni, il 26% di laureati, la Ue 39. Ricordate tutti il Trattato di Lisbona? Bisogna andare a 40. C’è un alto tasso di uscita dal mondo universitario, probabilmente per quello che si diceva, cioè il mismatch fra quello che dà e quello che si attende. Solo il 42% di chi si iscrive, si laurea. È il più basso d’Europa. Questo vuol dire uno spreco di risorse pubbliche e private. Fra i laureati di primo livello, quelli in discipline umanistiche costituiscono il 39%. È chiaro che non c’è un mercato del lavoro per quelle qualificazioni e si pone immediatamente un fatto paradossale: appena uno si laurea bisogna riqualificarlo. Uno studia per specializzarsi, esce con una competenza, peccato che non ci sia il mercato, deve fare altre cose.  Da qui la percentuale terribile di quelli che non studiano più e non lavorano, dai 15 ai 29 anni: in Italia è il 26%, Ocse 14%. Questi sono gap quantitativi che indicano un’opportunità. Rilevata l’enorme discrepanza, non rispetto ai migliori ma tra noi e la media, che dobbiamo andare a correggere punto per punto.

La ragione culturale, invece, deve trovare stimoli da un’evidenza ormai assodata: la produttività aumenta con l’innovazione. Non è più il costo del lavoro per unità di prodotto, è l’innovazione, che oggi è poco costosa. Qualcuno brillante e geniale la inventa, ha fatto gli investimenti e l’innovazione si diffonde in fretta. Questa è un’enorme opportunità per un Paese che non sempre ha centri di ricerca sufficientemente dotati per creare il vantaggio innovativo, ma può facilmente assorbire innovazione e applicarla. A una condizione: che abbia il personale qualificato, quindi laureato, in grado di assorbire l’innovazione e introdurla nei processi e nei prodotti.

Questo è un Paese che difficilmente farà la rivoluzione tecnologica nei prossimi 10 anni, ma collaborando con tutto il mondo in un network aperto, facilmente riesce a cogliere le  competenze e applicarle in modo intelligente all’industria e alla ricerca.

E qui c’è l’aspetto positivo: la qualità dei nostri è straordinaria. E’ vero,  Bocconi è un’università privata che ha probabilmente gradi di libertà superiori all’università pubblica, però vi posso dire che la qualità dei laureati nostri, in particolare quelli Stem – Science, Technology, Engineering, Mathematics - è eccellente come anche quella degli economisti che noi formiamo. Ma ahimè, il 25% dei nostri laureati lavora all’estero. In Bocconi, ad esempio, gli stranieri sono il 16-17% e cerchiamo di aumentarli. C’è quindi uno sbilancio netto di esportazione di talenti e questo pesa a livello nazionale 14 miliardi all’anno. Ma non è solo il dato economico, 14 miliardi in un budget di centinaia di miliardi è una frazione, ma rappresenta un vincolo alla possibilità di crescere nel futuro. Il 90% dei giovani che vanno all’estero sono laureati proprio in quelle discipline in cui trovano opportunità. Qualcuno dice: “non ti preoccupare torneranno”. L’analisi dei dati dimostra che negli anni si è divaricata la forbice import-export, ormai parliamo di 80.000 netti in uscita che contribuiranno al successo di altri Paesi:  i 14 miliardi di investimenti che noi buttiamo sono a vantaggio della crescita di altri, spesso Paesi nostri concorrenti diretti. Però, attenti, c’è l’opportunità. Le nuove tecnologie sono facilmente trasferibili e applicabili al settore e al tessuto industriale, vero fulcro della crescita di un Paese. L’altra metà del Pil è rappresentata dai servizi dell’amministrazione pubblica la cui produttività è molto difficile da misurare ma sappiamo che è modesta.

La produttività nasce dal privato. Il privato che innesca il meccanismo positivo quando incorpora più in fretta possibile l’innovazione, anche prodotta da altri ma subito applicata e utilizzata in modo creativo. È qui l’opportunità. Lo scambio università-industria, università-imprese di servizi. Ad esempio, pensiamo alle banche: la rivoluzione bancaria è fatta dalla tecnologia. Noi dobbiamo essere capaci di avere giovani preparati in grado di portare l’innovazione tecnologica: e lo sono i nostri giovani, una volta che apprendono. Hanno una capacità di applicazione straordinaria, tant’è vero che nel mondo non solo li esportiamo, ma loro assumono ruoli di livello in moltissime aziende multinazionali.

 

Oscar Giannino - Bisognerebbe organizzare l’orientamento.  Proprio quello che il nostro sistema invece non è in grado di fare. Tecnicamente non ci vorrebbe molto per dare un orientamento alle famiglie perché ormai abbiamo dati e criteri di valutazione del sistema scolastico e universitario degli ultimi anni. Possono essere discutibili ma li abbiamo e sono perfettamente in grado di dare indicazioni puntuali. C’è una risposta per ogni famiglia che voglia capire come la vocazione dei figli si incroci con la domanda, in quanto tempo ci può essere occupazione, quale il primo reddito e quello a 5 anni.

Bruno Pavesi - Un esempio. In alcune facoltà ci deve essere il numero chiuso. Ci deve essere perché non c’è il mercato a valle. Se apriamo il numero abbiamo i problemi di cui stiamo parlando. Perché poi devi riconvertire un numero di laureati che non trovano lavoro. Quindi è bene dirlo prima in modo chiaro alle famiglie durante il liceo dove si deve sottolineare l’importanza delle discipline tecniche: “guardate ragazzi che qua ci sono delle opportunità, qua molto meno, ci vadano solo quelli molto motivati perché altrimenti si dovranno riconvertire”. Bisogna dirlo molto chiaro. È questo il meccanismo di cambio culturale che deve avvenire.

 

Oscar Giannino - Anche perché noi siamo diventati esportatori di capitale formato a spese nostre e importatori di un capitale di bassa qualità, visto che da 20 anni prendiamo quelli la cui unica abilità è sopravvivere al mare e a tante tragedie. Se dico che mi piace la politica dell’Australia, che sceglie da 18 anni quote nazionali di capitale formato, passo per razzista. Ma ricordiamoci che i tedeschi hanno preso i siriani, un popolo devastato da 5 milioni di profughi e 650.000 morti, ma quello col il più alto tasso di laureati.

E ovviamente il Paese deve saperli fare questi ragionamenti. Deve premiare le università che hanno più attrattiva per gli studenti stranieri per i quali i nostri politecnici, le nostre facoltà di economia, le nostre discipline Stem sono appetibili. E saperli trattenere in Italia, perché ne abbiamo bisogno, perché siamo tragicamente bisognosi di ingegneri: i politecnici non riescono a formarne abbastanza rispetto alle esigenze delle imprese. Sono uscite le stime due settimane fa: attualmente ne mancano 30.000, a breve 65.000.

 

Piercarlo Ceccarelli

 

Applicazione in azienda: Il tema dello sviluppo delle competenze è critico per le nostre aziende. Chi sa sviluppare competenze migliori più rapidamente di altri acquisisce un vantaggio competitivo di medio-lungo termine. Saper sfruttare bene i programmi di placement, gli stage e creare rapporti di partnership duraturi con le università è un’azione vincente che la sua azienda farebbe bene a realizzare.
Parola Chiave: risorse umane